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LETTERA DI UN COLLEGA

LETTERA DI UN COLLEGA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera inviataci da un nostro Collega per risvegliare in noi tutti la sensibilità verso i problemi dei Colleghi che per problemi fisici si trovano in difficoltà nel lavorare.
La presa di coscienza da parte di tutti che l’inserimento di Colleghi portatori di limitazioni per motivi di salute potrebbe costituire una risorsa (ci viene in mente ad esempio la possibilità di lavoro con mansioni specifiche all’interno di un team di medici di medicina generale, come le equipe di assistenza territoriale), aiuterebbe a realizzare concretamente opportunità lavorative adatte.

Ecco lo scritto:

La salute di noi medici, esattamente come quella dei nostri pazienti per i quali ci adoperiamo quotidianamente, può subire, più o meno improvvisamente, cambiamenti importanti e duraturi a tutte le età. Si tratta di una verità scomoda che come soggetto trentenne provo quotidianamente sulla mia pelle da oltre un anno, da quando la malattia che mi ha colpito ha condizionato in maniera rilevante le mie funzionalità motorie. Non sono sicuramente il primo che si trova di fronte a simili problematiche, ma avverto con accoramento la premura di rompere quel silenzio che troppo spesso avvolge ed isola i medici che incontrano l’inabilità nelle sue forme più variegate. Ho scelto di scrivere questo articolo per testimoniare non tanto la mia condizione fisica specifica quanto quella sorta di vuoto di possibilità lavorative con cui i medici di Medicina Generale diversamente abili devono fare i conti. Quale posto è destinato a chi opera nell’ambito della Continuità Assistenziale ed dell’Assistenza Primaria che, limitato nella salute fisica, può e vuole esercitare la sua professione, quella per la quale ha dedicato e dedica passione, fatica, studio e tempo, quella per la quale si è laureato, abilitato e conseguito il diploma specialistico?

Io, pur vivendo i limiti imposti dalla patologia, ho la fortuna di lavorare presso un’ASL che prevede la presenza di una Centrale Operativa gestita da medici all’interno del Servizio di Continuità Assistenziale. Certo, si tratta di una modalità di esercizio dell’attività di medico particolare poiché prevede un tipo di assistenza al paziente che si realizza esclusivamente attraverso la comunicazione telefonica, ma non per questo meno importante (per la visita diretta dell’assistito ci si affida al collega di sede territoriale). Mi chiedo tuttavia per quanto potrò affidarmi ad una istituzione aziendale che soggiace a potenziali variazioni legislative nazionali e regionali che potrebbero metterne a rischio l’esistenza? Quali prospettive si aprono per professionisti anagraficamente giovani che nutrono aspettative nei confronti della vita professionale e non solo? Inoltre e soprattutto, che cosa accadrebbe se mi trovassi a far parte dell’organico di un’altra ASL, se fossi un Medico di Famiglia convenzionato o se, come nel mio caso, desiderassi diventarlo? La realtà attuale fornisce una risposta netta: resterei fin d’ora a casa, in malattia per il periodo massimo di due anni consentito al lavoratore convenzionato e poi, probabilmente, con una pensione di invalidità che ufficializzerebbe definitivamente la mia uscita, in quanto medico, dal mondo del lavoro. Ecco il vuoto, o quasi, a cui accennavo. Ci tengo però a ricordarvi che ai nostri colleghi ospedalieri spetterebbe la preziosa possibilità di un nuovo mansionamento.

Come capita spesso nella vita certe realtà si conoscono e si comprendono a fondo solo vivendole. Il dovere di chi malauguratamente se le trova addosso, a respirarle faticosamente ogni giorno, è di testimoniarle, di portarle alla luce delle maggioranze. Credo, per fortuna, che siano pochi i medici che incontrano l’inabilità fisica, nelle sue varie forme, all’interno della compagine della Medicina Generale, ma il Sindacato che si occupa di tutelare la categoria è adempiente ai suoi nobili fini costitutivi ed operativi solo se è in grado di prendersi cura (to care) dei propri componenti più fragili e numericamente meno significativi. Il lavorare, il poter essere utile ad una funzione, l’esercitare una professione per cui ci si è formati e si è appassionati è parte integrante e fondante della cura di un malato. Lo sappiamo bene come medici; qualcuno di noi vorrebbe poterlo vivere anche nelle vesti di paziente. Un’inabilità fisica non intacca le capacità cognitive ed emotive che rendono medico un medico, non ne corrode la passione ed i desideri, non annienta la volontà di esserci.

La finalità di questo scritto è di provocare e sensibilizzare l’attenzione del Sindacato e di tutti i colleghi operanti nella Medicina Generale verso i medici della Categoria “meno abili” affinché si possano costituire, nelle sedi istituzionali preposte, gruppi di lavoro regionali e nazionali per pensare ed ideare opportunità lavorative anche per noi, anche per quei medici che vivono la realtà di essere pazienti. La Centrale Operativa del Servizio di Continuità Assistenziale è solo un esempio. Quali potenzialità occupazionali possono celarsi nelle Medicine di Gruppo o in altre forme organizzative ancora più articolate?

Auspico che le mie parole non cadano nel silenzio e nel vuoto a cui accennavo.

Fabio Berardo

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